Senza il papa

Se si va nel sito della Santa Sede è possibile vedere che, stando al bollettino quotidiano della sala stampa, il papa ogni giorno fa questo e quello, accetta rinunce, nomina vescovi, scrive lettere, invia messaggi, autorizza decreti eccetera. Poiché sappiamo che il papa è isolato a Santa Marta, dove sta cercando di curarsi e vede il minor numero possibile di persone per evitare nuove complicazioni, è chiaro che tutto ciò che il bollettino va pubblicando è da leggere tra virgolette. È possibile che alcuni atti siano stati effettivamente visionati e approvati dal papa prima del ricovero in ospedale, ma con l’andare del tempo questa possibilità si riduce sempre di più. Quindi tutto ciò che viene attribuito al papa nasce in realtà nei vari dicasteri e uffici vaticani e, ben che vada, può aver ricevuto un’approvazione papale tramite un cenno.

L’assenza del papa configura un quadro che assomiglia non poco a quello immaginato dal sottoscritto nel racconto L’ultima battaglia [qui], nel quale il papa non si sa dove sia e se ci sia. Un racconto distopico, il mio, uscito nell’autunno del 2019. Ma ormai, per molti aspetti, la distopia l’abbiamo sotto il naso, ed è anche più distopica di quella che immaginai sei anni fa.

Ovvio che, per la ragion di Stato, la Santa sede cerchi di sostenere che va tutto bene, che la macchina comunque funziona e che le condizioni del papa non incidono sul governo della Chiesa. Altrettanto ovvio è che non sia così e che la commedia vada avanti, ma per quanto?

Torna il problema che si era già evidenziato al termine del regno di Giovanni Paolo II, quando in pratica era il suo segretario particolare a prendere le decisioni, e poi con Benedetto XVI, il papa che scelse di farsi da parte quando capì che la macchina non rispondeva più ai suoi comandi e la situazione si era fatta insostenibile.

Un papa “grande vecchio” non è di per sé una novità (per esempio, Leone XIII morì a 93 anni, Clemente XII quasi a 88, Pio IX a 86). La novità è la vecchiaia che si dilata grazie alle cure che una volta non c’erano. Si può campare fino a cent’anni e oltre, ma quanti campano in buone condizioni? Mentre il Vaticano cerca di dirci che tutto è normale, avanza una questione che non potrà essere ignorata a lungo: la vecchiaia dei papi e la sua gestione. Per quanto sarà possibile continuare con la finzione di un papa molto anziano e malato che scrive, legge, nomina, autorizza eccetera?

Il ministero petrino è di Pietro, punto. Non c’è un vice papa e non può esserci. Possiamo anche ritenere altamente istruttiva ed edificante l’esperienza di un papa che tiene duro e va avanti con il suo regno nonostante limiti sempre più pesanti ed evidenti. Ma la Chiesa, sotto il profilo terreno, è un’istituzione che ha bisogno di una guida. E se la guida non c’è la macchina va fuori strada. Non c’è finzione che tenga.

Al momento la curia è semi-paralizzata e disorientata. Si procede giorno per giorno. Si naviga a vista, senza una rotta, e nessuna retorica quaresimale lo può nascondere. I curiali lo negheranno sempre, ma sono i primi a saperlo.

E tutto questo, nelle presenti circostanze e con il pensiero al possibile conclave, a chi giova? C’è un nome e un cognome: il cardinale Pietro Parolin. L’uomo che, al vertice della segreteria di Stato, ha di fatto preso in mano l’amministrazione e si candida come il più adatto per governare dopo la fine del regno bergogliano.

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